giovedì 13 marzo 2008

Tardo pomeriggio e ora di andare a scuola di ballo anche se a dire il vero, non ne ho proprio voglia, decido di passare dal centro e fare un piccolo bagno di folla e confusione, tra automobili semafori e clakson vari, le giornate pare si allunghino pian piano, oggi il tempo è stato particolarmente clemente, regalando a tutti un po' di sole e una temperatura decisamente più alta.
Fermo all'incrocio, attendo che scatti il semaforo, davanti a me il viale scorre dritto e si scorge persino piazza Europa, anche se un po' distante, però sapere che li c'è il mare mi tranquillizza...
Fisso le vetrine ad angolo, proprio quelle che ultimamente mi regalano pensieri rilassanti e tanta curiosità, preso da un'irrefrenabile impulso pigio sul pulsante dell'indicatore di direzione destro ed inserisco la freccia , attendo; appena scatta il verde mi accorsto e pian piano mi accingo a parcheggiare la moto sul marciapiede, pprofittando della scivola per diabili, non dovendo quindi salire il gradino del marciapiede ... parcheggio.
Parcheggio con molta accuratezza tra due alberelli, in marciapiede ampio fa si che la moto non intralci nessuno nel cammino e non crei fastidio a nessuno. Mentre metto il cavalletto centrale ed estraggo le chiavi dal quadro della moto, inizio a dare uno sguardo alla vetrina che qualche giorno fà esponeva il calamaio, oggi al suo posto un leggio fa bella mostra di se, in noce antico lavorato artigianalmente a mano, su di esso un libro.
Mi avvicino il libro è di Italo Calvino: Marcovaldo ovvero Le stagioni in città, edito da Einaudi del 1963, una frase mi passa in testa " " .
Il prezzo impresso nella retro copertina è 2000 lire.
A quel tempo non ero ancora nato, eppure i temi narrati da Marcovaldo e sua Moglie Domitilla, sono ancora attualissimi, personaggi buffi ed un po' melanconici che si ostinavano ad andare in cerca della natura in mezzo ad una città fatta di cemento e di asfalto. In quelle favole moderne quello scrittore è stato capace di fermare su un suo personalissimo diario gli avvenimenti quasi impercettibili della vita di una città industriale, dove anche la natura era contraffatta, artificiale, ormai compromessa. In quel libro, vi trovavano il divertimento pungente spesso presente in Calvino, oltre alle divagazioni comico poetiche sulla lotta per la vita, quelle venti favole di Marcovaldo riuscivano a fotografare la realtà assai più complessa attraverso una satira del miracolo economico e della civiltà dei consumi.
La forza e l'intelligenza dello scrittore riuscivano a far rimanere quelle favole moderne assai fedeli alla classica struttura narrativa dedicata ai ragazzi con le storielle e le vignette tipiche dei giornalini del tempo...
Italo Calvino ... mi è sempre rimasto impresso per un suo aforisma "La fantasia è un posto dove ci piove dentro".

martedì 11 marzo 2008

I fratelli S.....


P
are, ho sentito anche in tv, che sia tornato per un po' il freddo e che duri almeno per quasi tutta la metà di marzo se non qualche giorno in più. Marzo si sa è pazzerello, pazzerelli sono anche i nati a marzo a quanto sembra, ma forse più pazzo ancora è chi pensa che a marzo non ci sia freddo e si stupisce perfino del tempo, "cavolo ancora freddo..." siamo ancora in inverno chissà se qualcuno se lo ricorda... Personalmente mi piace sapere che le staggioni esistono ancora... del resto un giorno di marzo con un po' di freddo, la pioggerellina fine, il sole che va e che viene ed il cielo che se lo guarti un attimo ha i colori scuri e densi di pioggia e un'attimo dopo appare limpido, chiaro con le nuvole che sembrano panna appena montata di un bianco che più bianco non si può, non è affatto male, angoli di cielo aperti ed iluminati dal sole, perchè dovrebbe essere sgradevole come tempo...?
No, non mi dispiace affatto, ultime piogge, ultimo freddo, prima di riporre maglioni sciarpe e cappelli di lana nell'armadio, anche perchè di voglie estive ancora non ne ho, anzi... Il vento è comuqnue gelido a tratti e come si dice dalle mie parti " taglia la faccia ", qualche linea di febbre ed un dolore di gola che rende insopportabile degluttire, ho la gola gonfia (pare che io abbia le placche), sono uscito, rigorosamente in moto, forse perchè in questo periodo sono un po' tornato ad essere come Raoul Toujourd, beh la moto è simile, ho parcheggiato in una strada laterale che spunta su p.zza Roma e sono andato a fare un giro in libreria.
Non di certo per acquistare qualche libro, perchè voglia di leggere per ora non ne ho proprio, ma un giretto tra le ultime novità, uno sguardo a tutte quelle copertine ben ordinate e colorate me lo faccio sempre volentieri, per non parlare del odore dei libri nuovi, infine ne approfitto per prendere un caffè con un buon amico, Giovanni.
Dopo qualche chiacchiera informale e qualche scambio di come va, nonchè soliti commenti sulle cose "nostre" andiamo al chiosco, Giovanni ordina un caffè, io una spremuta di arancia, con la solita punta di sale, "mescolata e non shakerata" per bene con il cucchiaino lungo nel bicchiere di vetro trasparente, quello del chiosco insomma. Si proprio sale... serve a eliminare quel poco di acidità delle arance, a riequilibrarne i sali e addolcirla... Questo fa parte anzi è uno di quei piccoli segreti che si imparano dai "vecchi" potrei definirlo quasi un piccolo proverbio o per meglio dire antica saggezza popolare.
Mentre stiamo chiacchierando con lo sguardo scruto un po' l'angolo della strada dove c'è il negozietto che ho scoperto l'altro giorno, cerco a distanza di guardare le vetrine e magari se riesco anche al suo interno... Mentre ... dalla porta escono due persone, ma credo che personaggi renda meglio l'idea, sono vestiti in modo impeccabile, abiti dal taglio classico dei gessati, lunghi cappotti neri, scarpe di vernice nera molto lucide, entrambi con un cappello anch esso nero tenuto in mano, uno e poco più basso dell'altro, almeno cosi mi pare, ma per il resto si assomigliano proprio.
Giovanni mi guarda, non riesco di fare a meno di chiedere se li conosce visto che lavora nella zona da tempo, e lui mi dice che "Si, li conosco" senza che io riesca a dire altra parola continua e mi dice "sono due fratelli, un po' strani a dire il vero, non ho mai ben capito che lavoro fanno di preciso" ed aggiunge "ma sono sempre elegantissimi, vestono spesso per non dire sempre in modo simile, vengono di tanto in tanto in libreria, e acquistano spesso dei libri, ed a volte si battibeccano sulla scelta dei libri, su cosa sceglie l'uno e l'altro, ma sempre in modo simpatico e divertente, leggono un po' di tutto, vari generi insomma, sono strani ma molto simpatici" mh... " si chiamano .... Sempronio ecco, sono i fratelli sempronio, quello più basso e Caio e quello più alto e Tizio" Lo guardo e mi sento un po' preso in giro, forse me ne faccio un po' accorgere dalla mia espressione, ma lui con lo sguardo serio mi dice "guarda che non scherzo".
Sono ancora davanti la porta, i due fratelli Sempronio, sembrano salutare con molta educazione e riverenza qualcuno all'interno del negozio che non riesco proprio ad identificare per via del contrasto di luce, subito dopo un piccolo ma educato inchino, indossano i cappelli, si scambiano uno sgurado quasi compiaciuto mentre li sistemano con metodica perfezione e vanno via. I cappelli dalla foggia classica tipo Bogart per intenderci, insomma anni 20/30, ne risaltano quasi i tratti del volto ed al tempo stesso ne induriscono i lineamenti, mi viene da pensare a Marlon Brando nel film Il Padrino, a Chicago... li seguo con gli occhi mentre si allontanano, fin quando non voltano l'angolo e spariscono dalla mia vista...

lunedì 10 marzo 2008

L'inizio


Qualche giorno fa, ho deciso di fare un giro per la città, un po’ preso dai miei pensieri, ho parcheggiato la moto in centro, in un parchèggio non custodito e riservato alle sole moto, inserito il blocca disco, antifurto ed il bloccasterzo, sono andato a fare una passeggiata senza una meta precisa, insomma a zonzo...
Dopo aver gustato un ottimo caffè nel chiosco dei fratelli La Rosa, ed acceso una sigaretta, ho posato lo sguardo su un negozietto che non avevo mai notato prima.
A volte capita di non essere attenti, di non notare le cose, anche quelle più evidenti…
La cosa che mi ha incuriosito maggiormente è stata l’insegna. “Armando Bistratti dal 1832”, a dire il vero non è proprio un’insegna, bensì una targa, una targa in ottone un po’ invecchiata dal tempo, con uno strano gioco di luce sopra, con la dicitura in bianco ed una piccola ombra nera. “ Strano ” ho pensato, anche perché non è che si capisse bene che tipo di negozio fosse, ho deciso quindi di sbirciare un po’ nella vetrina, ho attraversato l'incrocio per portarmi a ridosso dell’entrata, fin ad arrivare quasi davanti la porta di ingresso. Il negozio pare molto vecchio e sicuramente l’ultima ristrutturazione è degli anni settanta a giudicare almeno dalle vetrine, dalla porta esterna e dallo strano riflesso dei vetri.
Dietro la porta, vi è appeso un cartello di quelli che dice APERTO e se lo giri dice CHIUSO, con la sua catenina di palline di metallo e tanto di ventosa appiccicata sul vetro. E’ su “APERTO", ma non ho voglia di entrare, mi limito allora a sbirciare un po’ la vetrina principale di fianco alla porta.
Tanti gli oggetti in bella mostra, tante le cose esposte all'interno e nelle vetrine, alcune custodite dentro teche di vetro all'interno del negozio, oggetti strani, altri preziosi, moltissime cose curiose, particolari e forse un po' bizzarre, cose, oggetti, ognuno dei quali, non ha apparentemente nulla a che fare con l'altro, ma... forse .... "non sarà questo l'unico legame tra essi allora?".....
Vicino ad ogni oggetto vi era un cartellino bianco ben piegato a mo di sette rovesciato che penso dovesse mostrarne il prezzo, ma in realtà di prezzi non c’è ne era nessuno e ognuno di quei cartelli mostrava solo il simbolo dell’euro, sotto un po’ più in evidenza il simbolo della lira, in ultimo la conversione corrente ovvero “1,00 Euro = 1.936 Lire“.
I cartoncini… ; non erano proprio bianchi, bensì avana chiaro, di grammatura consistente e non propriamente lisci, i caratteri in oro, anche se un po’ sbiaditi, commissionati a qualche tipografia di quelle che ancora eseguono di questi lavori con delle vecchie attrezzature per clienti esigenti e/o particolari.
Scritti a mano, invece i numeri riguardanti le cifre, sicuramente da qualcuno che a scuola a suo tempo aveva appreso la calligrafia o la bella scrittura come si sarebbe detto un po’ dopo.
Quei cartoncini un po’ sbiaditi, davano un senso particolare di vecchio, antico o vintage, con un retrogusto che non so perché mi sapeva di amaro…
Mi ha molto colpito l'oggetto esposto in vetrina sotto un panno di raso, color rosso cardinale, un calamaio dell’ 800 circa, la base di forma quadrata, in legno scolpita con un motivo floreale ed ebanizzata sorretta da quattro piedini sempre in legno dalla forma sferica e un po' schiacciata, nel centro è posto il calamaio, in vetro bisellato con fascioni in ottone.
Usato probabilmente ma in ottime condizioni anche se un paio di micro sbeccature nel cristallo sembravano esserci, visibili però solo ad un attento sguardo, in ogni caso non sminuiscono minimamente ne la bellezza, ne il valore.
Davanti ad esso il solito cartoncino segnaprezzo senza cifra, a fianco dei pennini per la china color oro, una penna d’oca ed una boccetta di inchiostro invisibile …

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